Gli studi a Napoli e l'incontro con i teatini

Gli studi a Napoli e l'incontro con i teatini

In seguito ai consigli dei suoi familiari Lancellotto partì per Napoli; aveva 22 anni.
Non si sa con precisione quanto tempo si trattenne a Napoli, probabilmente fra il 1542 e il 1544. La città era uno dei centri più dinamici della vita di quel tempo; la sua Università e le diverse scuole erano punto di convergenza di maestri di tutte le branche dell'attività umana, culturale e religiosa. Lancellotto non potè non risentire e non cogliere i fermenti di cui era carico l'ambiente cittadino.
Intanto, poco tempo dopo il suo arrivo a Napoli, a Castronuovo fu scoperto il vero colpevole del disonore della donna e venne assassinato dai parenti di lei.

Ritornato al paese, dove fu accolto con stima e rispetto, assistito dallo zio arciprete riprese l'attività educativa e, fra il 1545 e il 1546, fu ordinato presbitero.
In seguito al soggiorno napoletano Lancellotto aveva preso coscienza delle sue possibilità, desiderava farsi strada ed affermarsi.

E così, nel 1547, partì di nuovo per Napoli e si iscrisse all'Università per conseguire la laurea in giurisprudenza civile e canonica.
Verso la fine del 1548 cominciò a frequentare il gesuita spagnolo Padre Diego Lainez, che teneva un corso di esercizi spirituali nel Duomo e in altre chiese di Napoli. La grazia del Signore e le parole del gesuita causarono una profonda crisi nello spirito di Lancellotto, che riconsiderò con spirito cristiano l'essenza dei valori e operò quella che egli chiama «conversione».
Nel 1599, ricordando questo periodo, scrisse in una lettera:

«I beni di questo mondo ... promettono quiete, sazietà, contento e consolazione, e poi danno inquietudine, travaglio e insaziabilità (che l'uomo quanto più ha, più desidera) e per conseguenza donano scontento e delusione, siccome io stesso ho sperimentato dai 16 fino ai 27 anni, che ingannato dal demonio, e indotto dal mal esempio di molti, cercavo di acquistare dignità e molte ricchezze, per essere superiore agli altri; ma Iddio compatendo la mia ignoranza, per mezzo di un gran servo di Dio, mi fece accorgere del mio errore, e lasciai di più amare,e desiderare e cercare le cose del mondo, quali più presto accendono, che estinguono la fame e la sete di più avere».

Dunque si diede una nuova impostazione di vita:
1) continuare gli studi giuridici, ma rinunciare alla laurea;
2) dominare e contrariare i moti istintivi della propria volontà;
3) progredire ogni giorno di più nella via della perfezione;
4) dedicarsi totalmente a Dio abbracciando lo stato religioso della famiglia teatina.

Nel 1533 Gaetano Thiene, insieme al suo più illustre discepolo, Giovanni Marinoni, era giunto a Napoli per fondarvi una comunità teatina, che si stabilì presso la grande chiesa di S.Paolo Maggiore.
Don Lancillotto aveva preso a frequentare il centro teatino e risentì l'influenza di quella spiritualità riformata.
Padre Pietro Foscarini e Padre Giovanni Marinoni furono i maestri e i direttori dell'Avellino durante gli esercizi spirituali.

Terminato il curriculum degli studi giuridici, Lancellotto rinunciò alla laurea: con questo sacrificio bruciò nell'umiltà i suoi disegni e le sue aspirazioni ambiziose.
Nell'attesa di essere ammesso fra i teatini frequentò la Curia Arcivescovile di Napoli per rendersi utile e far fruttare la sua cultura giuridica.

È di questo tempo un fatto a cui l’Avellino diede sempre una grande importanza. Difendendo un amico sacerdote, nel foro ecclesiastico di Napoli, per vincere la causa, disse una bugia. La sera, ritirandosi nella sua stanza, aprì la S.Scrittura e il suo sguardo si posò su quel detto della Sapienza: “la bocca che mentisce, uccide l’anima”.
Si pentì, si confessò con Padre Marinoni e riaffermò la sua decisione di lasciare tutto ciò che poteva ostacolare il suo proposito di voler piacere totalmente a Dio. Il confessore gli consigliò di lasciare Napoli e riflettere con calma nella quiete campestre del suo paese natale.
In casa Avellino le nuove aspirazioni di Don Lancellotto furono capite e assecondate; le aspettative umane cedettero il posto a quelle soprannaturali, con vera saggezza.
Nell’attesa di tornare a Napoli, sistemò gli impegni familiari ed elargì a favore del fratello la parte di eredità che gli spettava.
Una lettera del Vicario generale Mons. Scipione Rebiba lo invitò a tornare subito a Napoli, che diverrà la sua seconda patria.
La madre lo accompagnò fin fuori l’abitato e, davanti all’immagine della Madonna, nell’edicola campestre, pregò con il figlio la Mamma del cielo per implorarne la protezione.