La riforma del monastero di S.Arcangelo a Baiano

La riforma del monastero di S.Arcangelo a Baiano

Nel 1551, Don Lancellotto era apprezzato nella Curia Arcivescovile di Napoli, dove da alcuni anni offriva i suoi servizi in materia di riforma.
Una delle zone più bisognose di riforma era quella dei monasteri femminili: nella maggior parte di essi il costume era tutt’altro che religioso. Il monastero di S.Arcangelo a Baiano era uno di essi. La presenza di nobili del distretto di Forcella (in cui era ubicato il monastero) nell’amministrazione di esso peggiorava di più il male di cui soffrivano anche altri monasteri a causa della piaga sociale, comune in quei tempi, di far monacare, volenti o nolenti, le secondogenite dell’aristocrazia non impegnate in matrimoni che potevano migliorare il casato.
La riforma del monastero era un’impresa che esigeva un riformatore dotato di santità, saggezza e polso fermo.
Don Lancellotto era cosciente della gravità e dei rischi della missione, che accettò con generosità, rifiutando però il ricco beneficio della Cappellania di S.Arcangelo a Baiano; aver promesso di rinunciare alla ricchezza e alle varie ambizioni non per fuga dalle responsabilità o dal lavoro, ma per rifiuto di onori e prebende.
Tre anni dopo Mons. Rebiba, promosso Cardinale Arcivescovo di Pisa, proporrà l’Avellino ad una sede vescovile e gli offrirà le vesti episcopali già confezionate, ma questi venderà le vesti e distribuirà il ricavato ai poveri.

A S.Arcangelo a Baiano si pose subito all’opera per la rieducazione spirituale di quelle religiose; con la luce dei principi e le idee del Vangelo, con gli aiuti della grazia e con appropriata direzione spirituale si adoperò perché la parola rivolta alla comunità potesse trovare applicazioni concrete nella necessità personale di ciascuna monaca.
E, contemporaneamente, fece eseguire diverse opere per cautelare le religiose, regolò l’accesso dei laici alla casa, sorvegliò le relazioni con le persone equivoche.
Il lavoro di Don Lancellotto trovò risposta nella maggior parte delle suore, ma ci fu un episodio di violenza molto grave.
Un tale, desideroso di vendicarsi per essere stato allontanato dal monastero, assoldò dei sicari per far assassinare Don Lancellotto. Essi si presentarono un giorno alla sua porta, lui stesso aprì. Alla domanda: «È in casa Don Lancellotto?» deviò le loro ricerche con risposta ambivalente: «Poco fa è passato per questa porta». Quelli, non conoscendolo, si precipitarono per strada.
Saputo il fatto, nella Curia Arcivescovile se ne dedussero le possibili conseguenze, non escluso il rapimento delle religiose, cosa non rara a quei tempi. Per precauzione Don Lancellotto fu trasferito in un appartamento annesso al monastero, ma questa precauzione irritò maggiormente il maligno individuo, il quale scelse un sicario che ben conosceva Don Lancellotto.

Un giorno, che questi era entrato nella chiesa di S.Agrippino, il malevolo lo seguì e, avendolo guardato un po’ di tempo mentre pregava con devozione, ne rimase tanto commosso che, rinunciando al suo scellerato progetto, tornò confuso da quello che l’aveva mandato confessando di non aver ardito offendere un uomo, il quale facendo orazione gli era parso un angelo.
Ma quel tale voleva far uccidere ad ogni costo il Cappellano e assoldò un assassino che lo colpì due volte in faccia, tagliandogli un’arteria facciale. Grondante di sangue, si rifugiò a S.Paolo; i padri teatini lo curarono.
La notizia dell’attentato si divulgò in città e il vicerè Ferdinando di Toledo diede ordine di assicurare alla giustizia il mandante e gli assassini. Ma la vittima li perdonò: non voleva che il male fosse ripagato con il male e non rivelò i nomi dei criminali, per i quali pregava Dio affinché si ravvedessero.