Estate Avelliniana

Estate Avelliniana

Il Trattato della speranza pubblicato dalle “Edizioni della Cometa”.
 
 
 
 
 
 

Non c’è che dire, don Adelmo e la comunità di Castronuovo non hanno perso, in quest’anno centenario di Sant’Andrea Avellino, nessuna occasione per meglio conoscere e approfondire il loro illustre concittadino.

Il 12 e 13 agosto, ogni anno, i castronovesi celebrano la festa estiva di Sant’Andrea Avellino nella contrada Terzo, dove alcuni anni fa hanno eretto una cappella in onore del nostro santo.

Quest’anno, la celebrazione ha avuto due momenti distinti e significativi: il primo, al mattino, nella chiesetta di “Santa Maria delle Grazie”. Qui, il padre Vincenzo Cosenza e il professor don Luigi Branco hanno tenuto una appassionata conferenza su “Sant’Andrea e la devozione a Maria”.

Il luogo dove si è svolto l’incontro era luogo molto caro al giovane Lancillotto Avellino. Qui, la mamma gli aveva insegnato a conoscere la Madre di ogni Grazia, la Madre di Cristo e di ogni uomo; qui, secondo la tradizione, mamma Margherita lo aveva salutato quando dovette partire per Napoli.

 

In questa chiesetta, restituita alla devozione della gente dopo un restauro atteso da molto tempo, il 12 Agosto di quest’anno centenario, viene chiamata la popolazione di Castronuovo a conoscere con maggiore profondità la “particolare devozione di Sant’Andrea Avellino per la Vergine Maria”.

Questo primo tema è trattato da padre Vincenzo Cosenza, il quale evidenzia subito “Maria come filo conduttore di tutta la spiritualità di Sant’Andrea Avellino”.

Le lettere del padre don Andrea evidenziano come tema ricorrente, che egli propone a tutti i suoi amici e figli spirituali: MARIA L’UMILE. L’umiltà fa di Maria la sede privilegiata di Dio. Questa virtù è la disposizione d’animo più caratterizzante e arricchente in Lei. Chiunque vuole entrare in particolare intimità con Dio, deve avere come prima disposizione l’umiltà.

Il relatore evidenzia questo atteggiamento in Sant’Andrea come l’atteggiamento indispensabile per entrare in feconda comunione con Dio: “Ricordati che nella Patria celeste non c’è posto per i superbi” (Lett. n. 276 vol. I, pag. 424); tra l’umile e Dio una santa gara: l’umile, svuota se steso del proprio orgoglio e Dio lo riempie della sua presenza.

In rapporto a noi, Sant’Andrea presenta Maria come “Avvocata”, “Madre”, “Regina”, “Faccendiera del Cielo”, “Madre di misericordia”, “Madre dell’Unigenito Figlio di Dio”, “Maestra e norma”…

Da questi e altri titoli emerge una particolare fisionomia mariana di Sant’Andrea Avellino: Contemplando a quale altezza l’ha condotta la sua profonda umiltà… noi ce la troviamo (Maria) quale nostra Avvocata… che impetra per i suoi figli ogni grazia” (c.s.). Questo particolare fascino di Maria ha influito nell’animo d’Andrea fino all’ultimo momento della sua esistenza quando, passando dall’altare, altro punto di forza della sua spiritualità, attraverso il sorriso di Maria, si è schiusa per lui la strada dell’incontro definitivo con il Padre.

 

Don Luigi Branco ha parlato poi, con molti particolari di grande rilievo storico, della “devozione a Maria nella regione Basilicata” ed ha sottolineato come proprio la chiesetta in cui stavamo celebrando il ricordo della “devozione di Sant’Andrea alla Vergine” viene impropriamente chiamata “Santa Maria delle Grazie”, in origine il titolo, più significativo e appropriato, era: “Santa Maria della Grazia”. “Grazia” intesa non come beneficio distribuito da Maria, ma come Colui che aveva reso lei, Maria “piena di Grazia”, piena di Cristo.

 

Il 20 Agosto, promotori i fratelli Pino e Paolo Appella, nella splendida cornice della piazzetta al castello, prospiciente sulla “Manca”, si celebrava il secondo evento di questo Agosto Avelliniano: la presentazione della ristampa del Trattato della Speranza di Sant’Andrea Avellino.

Le “Edizioni della Cometa” pubblicando questo Trattato ci hanno fatto un magnifico regalo. Esso è una straordinaria meditazione sulle cose “altre” e “oltre” a cui l’uomo deve guardare per non perdersi in un presente buio e di morte.

Il padre Valentin Arteaga, Preposito Generale dei Chierici Regolari, con il suo solito stile di incollare le parole nell’aria, ne ha fatto un’accattivante introduzione, mentre un altro poeta, Charles Péguy, con la sua poesia IL PORTICO DEL MISTERO DELLA SECONDA VIRTÙ ce ne ha dato una moderna visitazione e applicazione: La Fede non mi stupisce… La speranza mi sorprende… La Fede è la sposa fedele. La Carità è la mamma dolcissima. La speranza è la bambina nata il giorno di Natale.

Come abbiamo accennato, la cornice è magnifica: sulla destra gli altopiani del Pollino; a valle, le lussureggianti sponde del torrente Serrapotamo; a ridosso del paesello, ormai illuminato a presepe, la verde macchia mediterranea della “Manca”, tanto cara a Sant’Andrea Avellino.

Conduce l’incontro un maestro delle comunicazioni, il giornalista RAI Mario Trufelli. Con mestiere, il conduttore televisivo, dopo aver dato la parola per un saluto al Presidente della Pro Loco di Castronuovo, Romeo Graziano, presenta una piacevolissima variante al tema: non solo relatori che parlano, ma un’orchestra di 5 elementi – cinque Maestri del Conservatorio di Matera -, che, con deliziose esecuzioni  di noti brani musicali di Bach, Mozart, Debussy e altri, caricano di attesa gli interventi di padre Vincenzo Cosenza, padre Valentin Arteaga e del professor don Luigi Branco.

Per il giornalista, il libro del Trattato è solo un pretesto per “provocare” – sono parole sue - benevolmente i tre interlocutori e per meglio coinvolgere l’attento pubblico, arrivato anche da lontano, per vivere questa magnifica serata di cultura.

Al padre Vincenzo spetta il compito di parlare per primo e di illustrare brevemente il contenuto dottrinale del libro e, senza lasciarsi prendere dalla tentazione professionale della “predica”, annuncia ai presenti il perché Sant’Andrea ha scritto questo libro: “avendo visto molte anime tanto scrupolose e timide… dubitare della loro salvezza…, volendo consolare i pusillanimi e incoraggiarli…, ho scritto il trattato della vera speranza”, così Sant’Andrea.

 

-    Vi è una speranza per chi non crede?, chiede il giornalista.

-    Se un uomo è uomo e non crede in Dio, allora deve trovare la speranza in quello che lui è. Sant’Andrea chiama questa esigenza speranza naturale che è quella del falco che insegue la preda, quella del cane che punta la lepre, quella del seminatore che spera in un buon raccolto. L’uomo deve almeno tendere a realizzare in pienezza se stesso. Nessuno gli chiede di essere quello che lui non è.

 

Con padre Valentin si entra nell’analisi della “santità”.

-    Che devono fare gli uomini per essere santi? Quali gli elementi straordinari che caratterizzano il santo?

Ad analoga domanda, padre Vincenzo aveva risposto che lo straordinario di Sant’Andrea – pur essendo costellata la sua vita di episodi non comuni – lo si deve cogliere nell’aver fatto tutto l’ordinario con straordinaria serietà e responsabilità.

Padre Valentin, con parole fatte di luce e che incantano la platea, apre spazi a una santità a cui  tutti si sentono familiari e vicini. Questa è una sensazione affascinante e fascinosa che ogni uomo deve poter individuare in se stesso, attorno a se stesso e viverla nell’apprezzamento di tutto ciò che lo fa grande e in comunione con la natura che lo circonda. La santità è l’avventura quotidiana di saper vedere, ad ogni istante e in ogni luogo, che El Cielo está siempre más alto. Proprio quello a cui aspirava e a cui stimolava Sant’Andrea Avellino: oggi sia migliore di ieri. Le vette che hai raggiunte non sono le ultime e le più alte.

 

Anche don Luigi Branco è chiamato in causa e, il dotto sacerdote santarcangiolese, mette in evidenza, con passione e competenza, l’attualità del pensiero di Sant’Andrea Avellino, il quale in un’epoca di buio dello spirito, anche se ancora nella luce rinascimentale, scrive questo Trattato completamente nuovo per quel tempo, dominato da rigurgiti di predicatori della paura, del castigo, e della minaccia  di un Dio più Giudice che Padre.

Le due ore di conversazione passano in un batter d’occhio. La gente è contenta. Si congratula. Si stringe a padre Valentin. Ne chiede le dediche.

 

Grazie, don Adelmo! Grazie, Paolo e Pino Appella! Grazie, padre Valentin e don Luigi! Ci avete fatto un grande regalo. A tutti, con Péguy, voglio dire: Siate
 

pronti per ricominciare tutte le mattine,

sempre nuovi,

come la giovane,

la nuova Speranza. 

 

padre Vincenzo Cosenza, C.R.

 

25 agosto 2008