Il culto di Sant’Andrea Avellino a Modena

Il culto di Sant’Andrea Avellino a Modena

La pala di sant’Andrea Avellino della chiesa di Sant’Agostino di Modena.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Venerdì 31 ottobre, tramite l’unico quotidiano on-line di Sassuolo SASSUOLO 2000, mi è giunta la notizia:

 

Torna in Sant'Agostino la Pala di Vincenzi e Manzini

 

Modena - Dopo un delicato lavoro di restauro, finanziato dall'associazione culturale Il cenacolo nel 60esimo di attività, la "Pala di Sant'Andrea Avellino" (1827) dei pittori modenesi Geminiano Vincenzi e Luigi Manzini torna nella chiesa comunale di sant'Agostino. Sarà accolta il 4 novembre alle 17.30 con una cerimonia pubblica organizzata dal Museo civico d'arte e dal Cenacolo.

Il dipinto, realizzato ad olio su tela (cm 290 x 176), necessitava da tempo di un intervento di carattere conservativo ed estetico poiché risultava arido e opacizzato a causa del pesante strato di polveri grasse e di vecchie vernici ossidate che ne ricoprivano la superficie. L'opera presentava inoltre diverse cadute di colore, fortunatamente di piccole dimensioni, e numerosi fori lungo i bordi, dovuti al non corretto ancoraggio della cornice e a chiodi utilizzati in passato per fissare addobbi ed ex-voto. Il restauro è stato condotto da Gabriella Bertacchini sotto la direzione di Francesca Piccinini e la supervisione della Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici di Modena e Reggio Emilia. La devozione per sant'Andrea Avellino ha a Modena radici antiche, connesse all'ordine dei Teatini. Il santo, nato nel 1521 in provincia di Cosenza, dopo l'ordinazione sacerdotale aveva svolto un'instancabile attività di predicazione e apostolato, di ascetismo e carità in vari luoghi d'Italia e il 10 novembre 1608, mentre si accingeva a celebrare la messa a Napoli nella chiesa di San Paolo Maggiore, venne colpito da un attacco di cuore e, secondo l'agiografia delle antiche fonti, morì rasserenato da una visione celeste. Beatificato nel 1624 da papa Urbano VIII e canonizzato nel 1712 da Clemente XI, la devozione nei confronti del santo si protrasse nel tempo anche a Modena e spinse i devoti a commissionare una grande tela al rinomato pittore modenese Geminiano Vincenzi (1770-1831), docente all'Accademia Atestina di Belle Arti, e a Luigi Manzini (1805-1866), modenese, allievo dell'Accademia.

 

Grazie alla disponibilità del direttore di detto quotidiano ho avuto copia della locandina sulla quale erano pubblicati i seguenti due articoli, che si riportano integralmente.

Nicola Arbia

 

 

Storia e iconografia dell’Opera

 

La devozione per sant’Andrea Avellino ha in Modena radici alquanto antiche, connesse ai Chierici Regolari Teatini che nel 1614 si stabilirono nella chiesa della Madonna del Paradiso sotto la protezione del principe cardinale Alessandro d’Este.

Il santo, nato nel 1521 in provincia di Cosenza [sic! Castronuovo, provincia di Potenza], dopo l’ordinazione sacerdotale si era trasferito a Napoli dove aveva intrapreso insieme con gli studi di diritto un intenso percorso spirituale, fino a vestire l’abito dei Teatini in San Paolo Maggiore (1556). Incaricato di impegnative missioni spirituali, aveva tra l’altro operato a Milano, a Piacenza, a Roma e di nuovo a Napoli, svolgendo un’instancabile attività di predicazione e apostolato, di ascetismo e carità. Il 10 novembre 1608, mentre si accingeva a celebrare la messa a Napoli nella chiesa di San Paolo Maggiore, venne colpito da un attacco di cuore e, secondo l’agiografia delle antiche fonti, morì rasserenato da una visione celeste. Beatificato nel 1624 da papa Urbano VIII e canonizzato nel 1712 da Clemente XI, il suo culto fiorì soprattutto nelle chiese dell’Ordine, che gli dedicarono fastosi altari e lo proclamarono protettore contro la morte improvvisa.

 

Nel 1617 ai Teatini di Modena venne assegnata la chiesa medievale di San Vincenzo, all’epoca orientata liturgicamente con l’abside su corso Canalgrande. Grazie alla protezione della corte estense ebbero prontamente inizio imponenti lavori di riedificazione dell’edificio che ne ampliarono la volumetria e ne invertirono l’orientamento allineando la facciata sulla prestigiosa strada urbana. Nel 1627, pertanto ad appena tre anni dalla beatificazione, i padri vollero intitolare ad Andrea Avellino il primo altare a sinistra concesso in patronato alle sorelle Ludovica e Vittoria Duranti, già dame di corte di Isabella di Savoia d’Este che aveva voluto essere sepolta in questa stessa chiesa. Ne assegnarono la costruzione allo scultore reggiano Prospero Pacchioni e l’esecuzione della pala raffigurante il “Beato Andrea Avellino portato in gloria dagli angeli” al pittore fiorentino Francesco Curradi.

 

Per la benedizione del nuovo altare (1630) scelsero la data canonica del 10 novembre e organizzarono una processione che assunse aspetti quasi trionfali, data la coincidenza con la cessazione della peste in città. La devozione per il santo si protrasse vivissima con varie offerte e manifestazioni finché i Teatini officiarono la chiesa. E anche in seguito non conobbe tramonto, nonostante la soppressione dell’Ordine (1782) e la cessione della chiesa di San Vincenzo ai padri Agostiniani seguita dalle complesse vicende che stravolsero l’ancien régime. Rifiorì anzi con rinnovato vigore nella chiesa di Sant’Agostino ad opera dell’“Unione dei Devoti di S. Andrea Avellino” qui istituita. Secondo l’autorevole testimonianza del cronista modenese Francesco Sossaj, sulle scaffe del terzo altare a destra della chiesa esisteva un ovato raffigurante il santo, sovrastato dalla pala con “San Vladimiro re di Polonia”, qui collocata durante la trasformazione barocca dell’edificio. Volendo onorare degnamente il loro protettore, i devoti decisero di commissionare una grande tela ispirata all’iconografia più consueta, con la figura del santo colpito da morte all’altare e rasserenato dalla celeste visione. Nel 1827 ne assegnarono l’esecuzione al rinomato pittore modenese Geminiano Vincenzi, docente all’Accademia Atestina di Belle Arti e protagonista in città di prestigiose imprese pittoriche. Secondo il racconto di Sossaj, l’artista “aveva disegnato l’immagine del Santo in atto di morire mentre celebrava Messa, non che la figura di un Chierico assistente, ed abbozzata la testa del primo; ma per la sopraggiuntagli malattia agli occhi da cui l’esimio è stato oppresso, l’Ancona è stata perfezionata da Luigi Manzini modenese allievo di questa Accademia di Belle Arti, il quale à aggiunto del proprio la Gloria soprastante”. La pala, cui il restauro ha efficacemente restituito luci e colori, costituisce pertanto un testo ‘a due mani’, l’una di un pittore al culmine della maturità artistica, l’altra di un giovane avviato ad una carriera luminosa.

Rimosso dall’altare l’antico dipinto, all’inizio di ottobre 1827 la nuova opera venne collocata dove si trova tuttora e ampiamente divulgata tramite un’incisione a stampa.

 

Lidia Righi Guerzoni

 

 

L’intervento di restauro

 

Il dipinto, realizzato ad olio su tela (cm 290 x 176), necessitava da tempo di un intervento di carattere conservativo ed estetico. Risultava infatti molto arido e opacizzato a causa del pesante strato di polveri grasse e di vecchie vernici ossidate che ne ricoprivano la superficie. Presentava inoltre diverse cadute di colore, fortunatamente di piccole dimensioni, e numerosi fori lungo i bordi, dovuti al non corretto ancoraggio della cornice – che risultava fissata direttamente sulla pala – e a chiodi utilizzati in passato per attaccare addobbi e ex-voto.

Dopo avere provveduto allo smontaggio dell’opera e al suo trasporto presso il laboratorio di restauro, si è proceduto a staccare la tela dal telaio ligneo. Quest’ultimo è stato conservato in quanto originale e di buona fattura, dopo averlo disinfestato, consolidato e integrato laddove necessario.

Sul retro la tela è stata ripulita con mezzi meccanici dai consistenti depositi di sporcizia, insetti e muffe e quindi consolidata. Sono state applicate, sempre operando sul retro, piccole toppe in tessuto di lino per chiudere i fori e fasce del medesimo tessuto lungo tutto il perimetro della tela, che risultava sfrangiata ai bordi e pertanto non idonea al tensionamento e all’inchiodatura sul telaio.

Sulla superficie dipinta è stata eseguita innanzitutto la fermatura del colore e della preparazione di fondo nelle zone in cui essi apparivano instabili, utilizzando resine acriliche che sono state fissate a caldo per farle meglio aderire. La pellicola pittorica è stata accuratamente pulita con soluzioni di solventi specifici al fine di rimuovere lo sporco, le vernici ossidate e i vecchi ritocchi alterati e con bisturi per eliminare gli schizzi di calce e di cera depositatisi nel corso del tempo sulla superficie. Le lacune sono state colmate con stucco simile alla preparazione originale, ottenuto con gesso di Bologna e colla di coniglio. Si è quindi proceduto con l’integrazione pittorica delle stesse, con pigmenti all’acquerello e a vernice, integrazione che è stata realizzata con tecnica mimetica, trattandosi di superfici di dimensioni molto ridotte o collocate lungo i bordi del dipinto, in zone non occupate dalla figurazione. La pala è stata infine protetta con una vernice stesa per nebulizzazione, al fine di coprire in modo uniforme tutta la superficie dipinta, e ricollocata sull’altare, modificando il sistema di ancoraggio al fine di renderlo meno invasivo e di facilitarne eventuali movimentazioni.

Al termine del restauro il dipinto risulta certo più godibile, avendo recuperato integrità formale e vivacità coloristica, quest’ultima non eccessiva tuttavia, avendo prestato grande attenzione nel graduare adeguatamente la pulitura. Ora è anche possibile cogliere appieno le caratteristiche formali di questa pala “a due mani”, che al vecchio Geminiano Vincenzi ha visto succedere il giovane Luigi Manzini, e osservare alcuni pentimenti o modifiche, evidenti soprattutto nella zona della mensa d’altare e del tabernacolo, dovuti con ogni probabilità all’avvicendarsi di mani, nonché alcune caratteristiche tecniche del dipinto, quali la tela a trama rada e la preparazione stesa velocemente, in modo irregolare e fortemente segnata dalla sottostante presenza dei robusti traversi del telaio.

 

Francesca Piccinini

Direttrice del Museo Civico

d’Arte di Modena

 

 

02 novembre 2008