Contributo alla presentazione del TRATTATO DELL’UMILTÀ

Contributo alla presentazione del TRATTATO DELL’UMILTÀ

Prima pagina del Trattato (Tomo 5 delle Opere Varie)

 
 
 
 
 
Mi piacerebbe definirmi studioso avelliniano, ma, anche se mi dedico alle opere e alla vita del Santo da oltre cinque anni, posso dire solo di essere un suo devoto.

 

Ho letto con attenzione il Trattato dell’umiltà, un testo serio, importante, che rappresenta il programma di vita di sant’Andrea, il quale, infatti, ritorna sul tema in tutti i suoi scritti.

Come sappiamo, sant’Andrea Avellino è stato un grande scrittore. Scriveva lettere per la direzione spirituale dei suoi assistiti sparsi in tutta l’Italia e, come attento conoscitore delle Sacre Scritture, raccoglieva quanto predicava nella composizione di opere religiose.

Grazie ai teatini di San Paolo Maggiore oggi possediamo di lui, a stampa, due volumi di Lettere, pubblicati nel 1731 e 1733, e cinque di Opere varie, pubblicati nel 1733-1734. Purtroppo, diversi scritti sono andati perduti e altri si trovano in condizioni non buone.

Andrebbero fatti degli studi approfonditi e sistematici sulla sua figura di scrittore e una catalogazione e digitalizzazione accurata di tutto il materiale che lo riguarda.

 

Le iniziative realizzate dall’avv. Paolo e dal dott. Pinuccio Appella, nel corso degli ultimi anni, sono state importanti; sicuramente faranno ancora molto per onorare questo illustre castronovese, conosciuto, da sempre, in tutto il mondo e, forse, poco dai suoi conterranei.

Anche Castronuovo è conosciuto in tutto il mondo perché diede i natali a Lancellotto Avellino.

 

Sant’Andrea ha vissuto una vita “normale”, ma da Santo e tale era considerato già in vita.

Dava grande importanza all’umiltà, alla penitenza, alla carità e allo spirito di sacrificio, secondo l’educazione ricevuta dal suo Maestro dei Novizi, padre Giovanni Marinoni, quando faceva il noviziato.

A quel tempo il padre Marinoni gli affidò il padre Marco Veneziano, uno dei primi teatini, che, a causa della sua età avanzata aveva perduto la lucidità della mente e il controllo dei suoi atti. L’Avellino lo assisteva ed aiutava in tutti i suoi bisogni, subendo spesso mortificazioni e maltrattamenti. Per nove mesi ebbe modo di praticare contemporaneamente le quattro virtù, suscitando grande ammirazione nei religiosi della comunità.

 

Scritto nel 1587, dedicato al principe Ranuccio Farnese, il Trattato dell’Umiltà fu pubblicato dai teatini nel 1734, nel quinto tomo delle OPERE VARIE, ed espone ordinatamente quello che era il programma di vita di sant’Andrea.

 

Dal 1571 al 1582, il nostro Santo trascorse quasi dodici anni fra l’Emilia e la Lombardia.

Era a Milano, chiamato dal cardinale Carlo Borromeo in vista della Riforma da  attuare in quella grande diocesi, secondo le direttive del Concilio di Trento, quando venne nominato Preposito della Casa teatina di Piacenza, dove si stabilì nel maggio 1571.

 

Durante la sua permanenza accadde che

alcuni preti piacentini, mal sopportando la sua azione pastorale e i consensi che ovunque raccoglie, volevano sbarazzarsi di lui […] Sarà stato il gran parlare che si faceva di lui o la pigrizia di questi pseudo-pastori, probabilmente anche depauperati di qualche elemosina che non arrivava più alle loro tasche. Voci malevoli arrivarono al duca di Parma: «È un ipocrita … vive nel lusso più di un cardinale … si mostra povero e umile, ma ha la stanza piena di anelli e bracciali che le ingenue signore gli consegnano dopo le loro confessioni …»”.

Ottavio Farnese, il duca, volle accertarsi di persona e un giorno, improvvisamente, si presentò alla cella di S. Andrea. Il Preposito era seduto sull’unica sedia, a studiare; intorno a lui pochi libri, un umile pagliericcio, un crocifisso e l’immagine della Madonna, alla quale il Santo era particolarmente devoto.

Il Duca rimase colpito e divenne suo figlio spirituale, anzi, padre Andrea fu il consigliere di tutta la famiglia Farnese. Ottavio Farnese teneva in casa un suo ritratto; il figlio Ranuccio, che conobbe il teatino all’età di sei anni, fu sempre in corrispondenza epistolare con lui, anche quando combatteva nella campagna delle Fiandre; la duchessa Maria di Portogallo, moglie di Ottavio e madre di Ranuccio, gli era molto devota: quando padre Andrea tornò a Napoli, continuò con lui un’assidua corrispondenza. 

 

Il Trattato, è diviso in diciotto capitoli ed  è preceduto da un Proemio.

Dopo essersi affidato a Dio e alla Madonna, traccia le linee del suo lavoro: tratterà della definizione dell’umiltà per poi passare a descrivere le considerazioni, per le quali ciascuno deve umiliarsi, e in quali cose consiste la vera umiltà, donde poi si potrà conoscere quanto pochi siano i veri umili.

Il Santo non si sente il depositario della verità, chiede sempre aiuto e ispirazione a Dio e alla Madonna per essere il tramite della loro volontà, non ritenendosi, da solo, all’altezza del compito.

Nel corso dell’opera più volte li invoca con preghiere.

Io sono rimasto colpito in modo particolare da alcune di esse.

 

La prima è all’inizio del Proemio:

Volendo io scrivere alcune cose della Santa umiltà, come di lei utilmente si deve, io ne potrò parlare, se tu Cristo mio vero Maestro di questa, e d’ogni altra virtù, per tua grazia m’infondi un vero lume, affinché veramente io conosca una minima particella della sua infinita grandezza, e l’infima bassezza della mia grandissima viltà.

 

Poiché la Santissima tua Anima, avendo altissima cognizione dell’infinita eccellenza della divinità e profonda cognizione del niente, donde era creata, sempre stette nel profondo dell’umiltà, né per la moltitudine, e grandezza dei doni, e virtù infuse, e acquistate poté mai un punto insuperbirsi, conoscendo con una vera cognizione ogni grazia, e ogni bene aver dal Sommo Padre.

 

Signor mio con questa umiltà, che tu per grazia mi concedi, ti prego al più che io posso, che mi voglia conceder tanta grazia, e lume, che fruttuosamente io possa ragionar di questa virtù santissima, tanto necessaria a chiunque desidera salvarsi.

 

Io non penso scrivere alcuna cosa di questa necessaria virtù, per dimostrar scienza, o vera umiltà, (che tu Signor mio ben sai, che io non ho né l’una, né l’altra) o per insegnare (essendo tanti santissimi, e dottissimi Dottori, che in questa virtù fruttuosamente hanno ragionato, e con l’esempio della loro santa vita l’hanno insegnata) ma solamente mi sono posto a scrivere, per conoscer la sua eccellenza, e per gustare i dolcissimi frutti, cercando al più che io posso d’imparar da te Cristo mio questa così rara virtù, senza la quale nulla cosa piace a te Signor mio.

Signor mio per la tua infinita misericordia, e carità (per la quale ti sei per me tanto sbassato, e umiliato), concedimi grazia che a gloria della Divina Maestà (dalla quale procede ogni virtù, e ogni altro bene), e ad utile dell’anima mia, e di ciascuno divoto, che desidera leggere questi mie discorsi (non per curiosità, ma per imparar da te Iddio mio la vera umiltà), io senta nell’intimo del cuor mio questa virtù, affinché fruttuosamente ne possa parlare, non come Pappagallo, ma come ne parlava la tua umilissima, e gloriosa Madre, la quale, quanto nel suo purissimo cuore si teneva spregevole, e vile, tanto nel tuo cospetto altissima, e preziosissima fu reputata.

E Tu Vergine Madre vera Maestra, e norma della perfetta umiltà, impetrami dal tuo umilissimo Figliuolo tanta grazia, che io possa ben ‘intender’ l’Eccellenza di questa virtù, e concentrarla, e tenerla sempre nel fondo del mio cuore, affinché più in fatti, che in parole possa ad altri ben insegnarla a gloria, e onore del tuo carissimo Figliuolo, e a beneficio dell’anima mia, e di tutti quegli, che desiderano tale virtù.

 

 

Un’altra la troviamo nel capitolo 3:

Cristo mio vero Maestro, tu ci inviti, che veniamo a te, e da te impariamo d’essere umili di cuore, e non di parole. Signore tu ben conosci la volontà mia, che desidera imparar da te questa necessaria virtù: se volontariamente non mi so umiliare, ti prego al più che posso, che a dispetto della mia superbia, e perversa volontà con la tua somma sapienza trovi il modo, e via, che per il tuo amore io sia sbassato, e umiliato.

Tu ben sai Iddio mio, che la radice della vera umiltà è fondata nella vera cognizione della tua infinita grandezza, e della mia bassezza, e viltà, e degli altri miei difetti. Ti prego Cristo mio, che mi doni tanta  grazia, che da vero conosca la mia grande viltà, e gli altri miei difetti, affinché possa acquistar la vera umiltà a me tanto necessaria, poiché senza questa non posso già salvarmi.

 

e un’altra in chiusura del Trattato

 

O Cristo mio, che per la tua sola misericordia ti sei degnato farmi scrivere questo breve, e utilissimo trattato della fruttuosa, e utilissima, e anche necessaria virtù dell’umiltà, per beneficio dell’anima mia, e di tutti coloro, che vogliono seguire te vero Maestro di questa santa virtù. Concedimi grazia, che io possa concentrarla dentro del mio cuore, e come l’ho per tua grazia nella cognizione, così l’abbia nell’affetto, e esecuzione. Tu Signor mio sai bene, che non per dimostrare scienza, né per dimostrare io esser umile (che né l’una, né l’altra è in me, come a te è manifesto) ma solamente per imparare da te questa virtù, mediante la grazia tua, e il meditare, mi son posto a scrivere quello, che fin qui ho scritto. Se qualche  cosa bene ho scritto, la tua grazia l’ha fatto, se male ho scritto, dalla mia poca, o nulla umiltà è proceduto: del che te ne chiedo perdono, e mi sottometto alla correzione di ciascuno vero Cattolico, e vero Cristiano, che meglio di me, o per scienza, o per esperienza intende meglio di me questa virtù, della quale balbettando fin qui ho parlato.

Ti prego Signor mio, che mi doni grazia, che possa con l’affetto, e con l’effetto supplire a quello, che ho mancato con lo scrivere. E questo mi conceda a gloria, e onore della tua Divina Maestà, alla cui lode sia drizzato ogni mio pensiero, parole,  opere in saecula saeculorum. Amen

 

Nicola Arbia

 

 

Castronuovo di Sant’Andrea, 18 agosto 2009