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L'alberello delle quindici pesche
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Nel 1602, quando aveva 82 anni, Don Andrea fu colto da un malore che gli procurava una febbre altissima. L’infermiere per rinfrescargli la bocca gli somministrava dei pezzetti di pesca. Passata l’indisposizione, il convalescente piantò il nocciolo di una pesca in un recipiente, sistemato sulla terrazzina antistante la sua stanza. Il seme germinò e Don Andrea, che coltivava il germoglio, disse al fratello laico Egidio della Ripa che sarebbe diventato un albero da frutto. Seduto accanto alla pianta, che cresceva bene nonostante la poca terra, egli recitava il Rosario.

La storia non precisa se l’Avellino vide i primi frutti della pianticella; il primo ad accorgersene fu un altro Santo teatino, Padre Don Giuseppe Caracciolo, che dopo la morte di Don Andrea occupò la sua stanza con la terrazzina.
Ogni anno sull’alberello maturavano le pesche ‘percoche’, dalla polpa gialla; quindici era il numero costante delle pesche, come i misteri del rosario.
Nell’estate del 1612 un forte vento strappò dall’alberello una pesca e Don Caracciolo si rammaricò: «Ohimè, ora si è rotto il rosario!» e per accertarsene contò ad uno ad uno i frutti del pesco: gioiosa sorpresa! Non erano quattordici ma quindici!
Alcuni giorni dopo colsero una pesca per regalarla a un infermo. Don Giuseppe contò le pesche: erano ancora quindici.
L’anno successivo, 1613, le pesche dell’albero erano di nuovo quindici, come potè constatare il Caracciolo, il quale comunicò la sua scoperta ai Padri più autorevoli.
Fu staccato un frutto, ma alla conta risultavano sempre quindici e così anche dopo ever colto un’altra pesca. L’alberello piantato dal Santo teatino testimoniava quanto fosse gradita al Signore e alla S.Vergine la devota meditazione dei misteri della Redenzione e la recita del S.Rosario.


 
 


 
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