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Giuseppe Palumbo racconta sant’Andrea Avellino
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Giuseppe Palumbo ha realizzato un’insolita opera a fumetti Sei tocchi di lame – Vita, morte e miracoli di sant’Andrea Avellino, pubblicato dalle Edizioni della Cometa. Come lui, musicisti, critici, artisti, grafici, scrittori, scultori, montatori, giornalisti, religiosi, direttori d’orchestra, fotografi, operai, nel corso degli ultimi dieci anni hanno lavorato intorno alla figura del Santo teatino.
Hanno dato il loro contributo fondamentalmente nel nome della cultura e, i credenti, anche nel nome della fede, trasportati soprattutto dall’entusiasmo di alcuni castronovesi che, anche dopo anni vissuti lontani dalla terra natale, hanno conservato saldo il legame con le radici. Tutti hanno messo a disposizione la loro cultura, il loro sapere, la loro arte, senza alcun tornaconto, solo per amore verso questo Santo e verso la terra che lo vide nascere. Un amore nato di riflesso e trasferito da quei castronovesi che, sentendosi legati al loro più illustre concittadino, continuano a lavorare per ricordarlo scoprendo tanti aspetti non ancora del tutto esplorati.

Qualche anno fa Palumbo, durante una delle sue presenze estive a Castronuovo di Sant’Andrea, parlando del Santo, aveva pensato che avrebbe potuto raccontare la sua vita con un fumetto. Era appena stata celebrata la ricorrenza del quarto centenario del transito al Cielo (10 novembre 2008) e ci si preparava al terzo centenario della Canonizzazione (22 maggio 2012).
Lo scorso 8 ottobre, in occasione della presentazione della mostra su Joan Mirò, al Museo Internazionale della Grafica (MIG) di Castronuovo, alla quale era presente l’artista lucano, in seguito ad una chiacchierata circostanziata sul Santo, fatta con Giuseppe Appella e con me, si convinse ad affrontare questa nuova sfida e a realizzare quel progetto.
Non era un’impresa facile raccontare con le immagini la vita di un santo, per giunta risalente al Cinquecento; era un linguaggio inusuale.
La curiosità di conoscere gli stati d’animo che hanno portato Giuseppe Palumbo a realizzare quest’opera mi ha spinto a fargli alcune domande, le cui risposte verranno riportate nel seguito.
Ho voluto sapere innanzitutto: Come hai realizzato un fumetto per un Santo, ambientato nel Cinquecento?
Mi ha risposto: Ho lavorato su una base di documentazione visiva essenziale, quanto bastava per permettermi di sviluppare un bianco e nero dai forti contrasti. Mi interessava dare una sensazione di luminosità intensa, la stessa che illumina il Santo, da bambino, nella parrocchia di Castronuovo e che poi segna la sua vita. Un libro basato sulla luce.
Quindi voleva realizzare un libro basato sulla luce. Questo elemento, la luce, lo mette in evidenza sin dall’inizio, quando Lancellotto dice allo zio don Cesare che “quella luce sull’altare” l’ha colpito molto e, alla sua domanda “c’è qualcosa di più bello?”, don Cesare gli fa presente “sicuro che c’è! quella luce è solo un pallido riflesso…”.

Il titolo sintetizza gli eventi da cui Palumbo ha tratto ispirazione: Sei tocchi di lame. La vita e la morte del Santo sono state segnate profondamente da ferimenti di lame: tre durante la vita e tre dopo la morte. La sintesi è data dall’immagine riportata sulla copertina e ripetuta, in modo più completo, a pagina 41: il volto del Santo, circondato dall’aureola della santità e da sei lame (coltelli, spade, forbici, bisturi); a sinistra è posta una piccola Croce. L’autore è stato colpito da quello che padre Bernardo Laugeni, teatino, nella biografia sul Santo aveva chiamato la prova del sangue.
La presenza della Croce è spiegata dal fatto che il Santo è stato un grande amico della Croce; volle con questa consacrare sia la sua entrata nel mondo sia la sua uscita: si segnò con la croce appena nato e ogni qualvolta la mano destra era libera dalle fasce, e si segnò con la mano destra cadente quando svenne nel cominciare a celebrare la sua ultima Messa.

L’artista, alla mia domanda Quali sono stati gli elementi della vita del Santo che, in modo particolare, ti hanno ispirato per questo lavoro? ha confermato la mia interpretazione. Di prima, posso dirti gli aspetti più sanguinosi, legati alle faide in cui si è imbattuto; sono l'elemento d'azione utile a ogni buona narrazione. Di fatto, la spiritualità che emana dai suoi scritti, che poi mi hanno spinto a quella riflessione sulla luce di cui parlavo prima.
I tre tocchi di lama in vita furono la conseguenza dall’azione riformatrice e moralizzatrice svolta da sant’Andrea nel monastero napoletano di Sant’Arcangelo a Baiano. Un uomo, che si sentì offeso perché non poteva più fare quello che voleva nel monastero, volle vendicarsi e assoldò, in varie riprese, sicari che avrebbero dovuto assassinare padre Andrea. Per tre volte lo ferirono a sangue e i teatini lo curarono.
Quando la notizia dell’attentato si divulgò in città e il viceré Ferdinando di Toledo diede ordine di assicurare alla giustizia il mandante e gli assassini, la vittima li perdonò: non voleva che il male fosse ripagato con il male e non rivelò i nomi dei criminali, per i quali pregava Dio affinché si ravvedessero. La guarigione fu completa e non rimase alcuna cicatrice.
Gli altri tre tocchi avvennero dopo la morte. Sei o sette anni prima lo aveva predetto ad un confratello: da vivo mi hanno ferito tre volte; dopo la morte mi feriranno altre tre volte.
La mattina del 12 novembre 1608, due giorni dopo la morte, i Padri teatini si accorsero che, approfittando della confusione della gente, qualcuno con le forbici aveva tagliato (4° tocco di lama), per devozione, dalla testa del padre Andrea, dei capelli e asportato piccole parti di pelle. I Padri notarono che dalle piccole lacerazioni fuoriuscivano gocce di sangue rosse, come da un corpo vivo.
I medici Girolamo Tommasi e Giulio Iasolino, convocati dai teatini, incisero entrambi il capo dell’Avellino (5° e 6° tocco di lama) e constatarono che dal corpo stillava sangue vivo.

Oltre che dalla prova del sangue, Palumbo è stato colpito dal miracolo delle quindici pesche, con il quale si apre e si chiude l’opera.
Nel 1602, quando aveva 82 anni, padre Andrea fu colto da una febbre altissima. L’infermiere, per rinfrescargli la bocca, gli somministrava dei pezzetti di pesca. Passata l’indisposizione, il convalescente piantò il nocciolo di una pesca in un recipiente, sistemato sulla terrazzina antistante la sua stanza. Il seme germinò e diventò un alberello. Seduto accanto alla pianta, padre Andrea recitava il Rosario.
La storia non precisa se l’Avellino vide i frutti della pianticella; il primo ad accorgersi della particolarità della pianta fu il venerabile servo di Dio padre Giuseppe Caracciolo, che dopo la morte dell’Avellino occupò la sua stanza con la terrazzina.
Ogni anno sull’alberello maturavano le pesche ‘percoche’, dalla polpa gialla. Quindici era il numero costante delle pesche, come i misteri del Rosario.
Se, per un motivo qualsiasi, si coglieva o cadeva un frutto, alla conta se ne registravano sempre quindici, certo a testimonianza di quanto fosse gradita al Signore e alla S. Vergine la devota meditazione dei misteri della Redenzione e la recita del S. Rosario.

Il racconto di Palumbo comincia nel 1613, quando padre Giuseppe Caracciolo si accorse del miracolo delle quindici pesche. Per lui è l’occasione per narrare al suo aiutante la storia di padre Andrea Avellino.
Con una rapida sintesi vengono presentati i principali eventi che hanno caratterizzato la vita del Santo teatino: l’infanzia al paese, gli studi, l’ordinazione sacerdotale nel Santuario di Maria Santissima di Anglona; le sollecitazioni subìte a Senise, cittadina vicino al suo paese, da parte di una donna del luogo che cercò di circuirlo e l’altra, al suo paese, da parte della sua nutrice. Da entrambe uscì indenne e rafforzato nella fede. E, ancora, la nuova vita a Napoli, nella chiesa di San Paolo; i suoi rapporti con i potenti e con i poveri dell’epoca, la permanenza a Milano e a Piacenza, il ritorno a Napoli, l’assassinio di suo nipote Francesco e il perdono per l’assassino. Tanti gesti “di una vita consacrata al mondo di luce in cui tanto sperano i veri credenti …” Ritorna e viene messa nuovamente in evidenza la luce.

Nella parte finale sono evidenziati gli atti di fede, i miracoli e le profezie, fino a giungere al 10 novembre 1608, quando viene colto da un colpo apoplettico e muore. Dei miracoli del Santo sono illustrati quello della pioggia dopo la visita a Caterina Caracciolo e quello della resurrezione di Scipione Arleo, il bambino castronovese risuscitato nel 1678, uno dei tre miracoli approvati nel processo di Canonizzazione. Il racconto di padre Caracciolo è giunto al termine e si conclude facendo toccare con mano al suo aiutante il miracolo delle quindici pesche.

Il risultato raggiunto da Giuseppe Palumbo con quest’opera inusuale è sicuramente importante. Gli obiettivi che si era posto e le difficoltà intrinseche in un simile progetto, da lui ricordate, e cioè Evitare la retorica e l'enfasi che la materia trattata rischia sempre di generare, sono stati raggiunti avendo scelto una scrittura breve, spezzata, per sottolineare l'intensità della figura del Santo.

L’autore esprime alcuni aspetti vissuti nella realizzazione dell’opera.
È stata una esperienza interessante dal punto di vista formale; ho lavorato in maniera molto diversa dal solito, soprattutto in fase di scrittura del testo. Ho disegnato facendo recitare i personaggi avendo un canovaccio delle loro azioni; i dialoghi glieli ho cuciti addosso, dopo. In questi giorni ho letto un libro su Fellini e ho scoperto che era il suo modus operandi: faceva recitare gli attori, adattando la situazione e i dialoghi in diretta, non sconvolgendo la sceneggiatura ma anzi arricchendola di contenuti che un lavoro a tavolino difficilmente può arrivare a ottenere.
E confessa alcuni aspetti autobiografici legati alla sua infanzia: ho liberato in questa storia, alcune sensazioni spirituali che appartengono alla mia infanzia: Sant' Andrea  bambino l'ho pensato ripensando anche un po' a me da piccolo chierichetto, innamorato della luce che bagnava un altare. Ma io sono pane per i diavoli, adesso...

Come studioso del Santo ho molto apprezzato questo lavoro, sicuramente difficile e impegnativo nella realizzazione, proprio perché si doveva Evitare la retorica e l'enfasi che la materia trattata rischia sempre di generare e, come castronovese, ringrazio Giuseppe Palumbo per aver presentato il Santo in un modo diverso dal solito, con una analisi ben fatta. Per la sua immediatezza questo linguaggio potrà far conoscere il Santo anche a quelle persone, bambini e anziani, che hanno difficoltà ad utilizzare le biografie tradizionali.

Per chiudere, vorrei dare qualche breve notizia su questo artista, conosciuto nel mondo.
Giuseppe Palumbo è nato a Matera il 24 luglio 1964. Ha cominciato giovanissimo a pubblicare fumetti: nel 1986, a 22 anni, era già su riviste come Cyborg e Frigidaire con Ramarro, il primo supereroe masochista. Nel 1992 entra nello staff di Martin Mystère e nel 2000 in quello di Diabolik. Le sue opere vengono pubblicate in Francia, in Grecia, in Spagna e in Giappone.
Dal 2005 la casa editrice Comma 22 di Bologna dedica a Palumbo una collana di volumi, aperta da Diario di un pazzo, adattamento di un racconto di Lu Xun.
In collaborazione con Palazzo Strozzi Firenze ha pubblicato Eternartemisia e Aleametron.
Giuseppe Palumbo è docente di disegno e fumetto e vincitore di numerosi premi in Italia, fra cui il Bonaventura, lo Yellow Kid e l’Attilio Micheluzzi come miglior disegnatore italiano.

 

Nicola Arbia 

11 settembre 2012

 

 
 
Rappresentazione del miracolo delle quindici pesche
 



 
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