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Pensieri dalle opere - seconda parte
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20
SANT’ANDREA AVELLINO SCRIVEVA …
Dal “Sermone XIII. Dopo la prima Domenica, dì decimo di Quaresima”


... non c’è peccatore tanto scelerato, e invecchiato nell’infermità del peccato, che non si possa salvare, tutta volta ch’egli abbia volontà d’esser sano. Tanta maggior gloria sarà d’Iddio, quanto uno è da gran peccatore diventato gran santo, perché più gloria è d’un pignataro che rinnova un vaso rotto, che farne un altro nuovo. E così più gloria è d’Iddio far giusto un peccatore, che creare un nuovo uomo, e santo.


Tratta da Sermoni quaresimali, et annuali ..., tomo III, pag. 95, Napoli, 1733 – Nella Stamperia di Novello de Bonis Stampatore Arcivescovale.

02 marzo 2007

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19
SANT’ANDREA AVELLINO SCRIVEVA …
Dal “Sermone XII. Dopo la prima Domenica, dì nono di Quaresima”


... l’orazione è stata comandata, non solamente per la sua necessità, ma è stata ancora comandata per la sua facilità. Imperochè non c’è precetto che sia tanto facile, quanto è il precetto dell’orare. Perché il povero si può scusare dal precetto di dare elemosine corporali, gl’infermi vecchi, e molti altri si ponno scusare dal precetto del digiuno, e d’altre astinenze corporali; ma nullo si può scusare dal precetto dell’orare, siccome non si può escusare dal precetto dell’amare. Perché camminando, sedendo, stando in piedi, stando in letto, in ogni luogo, e in ogni tempo che l’uomo sta in se, può orare. E però tanto più tutti sono obbligati a questo precetto, quanto più facile è ad osservarsi.

Tratta da Sermoni quaresimali, et annuali ..., tomo III, pagg. 81-82, Napoli, 1733 – Nella Stamperia di Novello de Bonis Stampatore Arcivescovale.

01 marzo 2007

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18
SANT’ANDREA AVELLINO SCRIVEVA …
Dal “Sermone X. Dopo la prima Domenica, dì ottavo di Quaresima”


La quarta generazione è più pessima, e questa è delli mali religiosi, e specialmente delli prelati, quali hanno cognizione d’Iddio, e de suoi comandamenti (e se non l’hanno, la debbono avere), e hanno di più un’altra unzione, quale si riceve negli ordini sacri, e hanno, o debbono avere una chiara cognizione della Sacra Scrittura, e sono preposti per ammaestrar gli altri, e essi sono scellerati, e senza vera, e sana dottrina; talchè sono causa della dannazione di molti, colla loro mala vita, e però saranno degni di più grave pena. O prelati, o preti, o religiosi pensate ai fatti vostri.

Tratta da Sermoni quaresimali, et annuali ..., tomo III, pag. 76, Napoli, 1733 – Nella Stamperia di Novello de Bonis Stampatore Arcivescovale.

28 febbraio 2007

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17
SANT’ANDREA AVELLINO SCRIVEVA …
Dal “Sermone X. Dopo la prima Domenica, dì settimo di Quaresima”


Il primo effetto dell’amore è che trasforma l’amante nella cosa amata, che ciò che pate la cosa amata, quello stesso sente l’amante: talchè se l’amato si duole, l’amante si duole, se l’amato s’allegra, l’amante si allegra, dimodochè in tutte le passioni sono congiunti.

Tratta da Sermoni quaresimali, et annuali …, tomo III, pagg. 66-67, Napoli, 1733 – Nella Stamperia di Novello de Bonis Stampatore Arcivescovale.

27 febbraio 2007

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16
SANT’ANDREA AVELLINO SCRIVEVA …
Dal “Sermone IX. Dopo la prima Domenica, dì sesto di Quaresima”


Forziamoci dunque operare l’opere di misericordia, se volemo conseguire misericordia de nostri peccati, perché tutti quelli à quali giovamo, sono nostri avvocati in questa, e nell’altra vita, e forsi per loro preghiere saremo in grazia.


Tratta da Sermoni quaresimali, et annuali …, tomo III, pag. 64, Napoli, 1733 – Nella Stamperia di Novello de Bonis Stampatore Arcivescovale.

26 febbraio 2007

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15
SANT’ANDREA AVELLINO SCRIVEVA …
Dal “Sermone VII. Domenica prima, dì quinto di Quaresima”


Dirà forse alcuno: Padre, io ho inteso quanto frutto, e utilità nasce dalla tentazione, e quanto sia necessario al vero Cristiano, desiderare sapere il modo, e li rimedii, con quali potessi resistere, e avere vittoria contra le tentazioni, e acquistar la corona di vita eterna? Si risponde che

Il primo rimedio, è la grazia d’Iddio, senza la quale nulla cosa bona far si può ...
Secondo rimedio contra le tentazioni è l’orazione ...
Terzo rimedio è l’umiltà ...
Quarto rimedio è la concordia, e carità fraterna ...
Quinto rimedio è la velocità nel resistere: perchè quello, che presto resiste alli primi moti della cogitazione della suggestione diabolica, non sarà vinto, nè dalla dilettazione, nè dall’opera del peccato ...
Sesto rimedio è la frequente lezione della Sacra Scrittura ...
Settimo rimedio è l’occupazione in qualche buono, e onesto esercizio …
Ottavo rimedio è la rivelazione delle tentazioni al padre spirituale ...
Nono rimedio è la frequente comunione con devozione …
Decimo rimedio è fuggire le male pratiche , e l’occasione del peccare ...
Undicesimo rimedio è la considerazione delle cose della fede, pensar la gloria che si perde per lo peccato, e la pena eterna alla quale si và ...
Dodicesimo rimedio è la contemplazione della passione di Cristo, quale tanto ha patito per li nostri peccati. Imperochè se noi consideriamo quel che ingiustamente patì Cristo, dolce ci farà ogni tentazione.

Ecco quanti rimedii havemo per vincer le tentazioni: vinciamo con Cristo, acciò siamo gloriosi con lui. Amen.


Tratta da Sermoni quaresimali, et annuali …, tomo III, pagg. 46-48, Napoli, 1733 – Nella Stamperia di Novello de Bonis Stampatore Arcivescovale.

25 febbraio 2007

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14
SANT’ANDREA AVELLINO SCRIVEVA …
Dal “Sermone VI. Sabato, dì quarto di Quaresima”


Tre sono le specie de Cristiani, di quali, alcuni in tutto, e per tutto sono negligenti alla loro salute, e non vogliono in alcun modo operare, dicendo, che se Iddio gli ha predestinati che siano salvi, saranno salvi senza operare, e se Iddio non gli ha predestinati, poco li giovano l’opere, e in questo modo si lasciano ingannare dal Demonio. E di questi volesse Iddio, che al tempo nostro non se ne trovassero, e specialmente in questa maledetta setta luterana.

Sono alcuni altri contrarii alli predetti, quali solamente si confidano alle loro forze, e opere fatte col solo libero arbitrio, poco curandosi della grazia d’Iddio, come furono li pelagiani, e come sono oggidì quelli, che tanto si fidano alla loro prudentia, (o per dir meglio) alla loro malizia, e pazzia, che non vogliono osservare li divini precetti, e operano quello, che ad essi pare, e si confidano tanto all’opere esteriori, che pensano che Iddio, ò voglia, ò nò, sia costretto a dargli il Paradiso, giustificandosi, come faceva il Fariseo. E questi similmente sono ingannati dal Demonio, e a questi non soccorre il Signore per la loro presunzione.
Sono alcuni altri, quali, quando ponno s’affaticano, invocando il divino aiuto, non mancando usare ogni diligenza, credendo per certo loro non poter fare cosa bona, senza la divina grazia, tenendo per fermo, che colla grazia del Signore bisogna che concorra ancora la nostra volontà, e libero arbitrio insieme coll’opere. E a questi il Salvatore, quando vede, che le forze loro mancano, per sua benignità soccorre, e dona sufficiente aiuto, in tanto che li libera da ogni tribolazione di questo tempestoso mare del Mondo, e li conduce al porto di vita eterna, siccome nel presente Vangelo figurativamente si dimostra.


Tratta da Sermoni quaresimali, et annuali ..., tomo III, pagg. 33-34, Napoli, 1733 – Nella Stamperia di Novello de Bonis Stampatore Arcivescovale.

24 febbraio 2007

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13
SANT’ANDREA AVELLINO SCRIVEVA ...
Dal “Sermone V. Dì terzo di Quaresima”


... in tre modi ci possono offendere i nostri nemici. Prima col cuore portandoci odio, e desiderandoci male. Secondo colla bocca, biastemandoci, maledicendoci, e infamandoci. Terzo coll’opere, percotendoci, ferendoci, e togliendoci le robbe.
Con tre modi noi vinceremo questi nostri nemici, col cuore amandoli, e desiderandoli bene, colla bocca dicendo bene di loro, e pregando per la loro salute, e coll’opere, sovvenendogli nelle loro necessità. E però Cristo dice: Amate, orate, e fate bene.

Tratta da Sermoni quaresimali, et annuali ..., tomo III, pag. 30, Napoli, 1733 – Nella Stamperia di Novello de Bonis Stampatore Arcivescovale.

23 febbraio 2007

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12
SANT’ANDREA AVELLINO SCRIVEVA …
Dal “Sermone III. Dì secondo di Quaresima”


Secondo [quanto] scrivono li naturali, la paralisi è una infermità, quale latinamente si dice dissoluzione di nervi, e membra, e Gregorio Santo dice, ch’è una passione acutissima, quale subito fa l’uomo inabile, e inutile ad ogn’opera, e questa infermità si causa, quando il calor naturale del sangue voltato in freddo preoccupa li meati, e corsi naturali delle vene, in tanto che se tutte le vene tocca, fa tutto il corpo invalido, s’occupa una vena sola, quella parte, e quel membro solo del corpo fa inabile, e inutile. Non altrimenti è il peccato, per lo quale il calore soprannaturale dell’anima cristiana (qual è la carità) si fa freddo, occupa, e rinchiude li meati dell’anima, in tanto che la grazia del Signore è impedita, e non può correre per le vene, cioè per le potentie dell’anima.

Talchè la volontà si fa inutile, e inabile a voler quello che sia l’utile dell’anima, e poco, e niente desidera quel che sia l’onor d’Iddio: l’intelletto si fa inabile ad intendere quello che sia il voler d’Iddio, e qual sia il sommo bene, e qual sia il sommo danno, e ruina della propria anima.


Tratta da Sermoni quaresimali, et annuali ..., tomo III, pag. 14, Napoli, 1733 – Nella Stamperia di Novello de Bonis Stampatore Arcivescovale.

22 febbraio 2007
 
 


 
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