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Nuova edizione de Il Trattato del Timore
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 Il 5 agosto è uscito IL TRATTATO DEL TIMORE, scritto da sant’Andrea Avellino, e pubblicato dalle EDIZIONI DELLA COMETA. È la quinta edizione in italiano del Trattato ed è il settimo libro riguardante il Santo, pubblicato dalla casa editrice il cui direttore editoriale e responsabile delle pubblicazioni è il dottor Giuseppe Appella.

 

Il libro ospita un interessante saggio di Romeo De Maio, professore ordinario di Storia moderna all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, direttore della Scuola Vaticana di Biblioteconomia, scriptor latinus della Biblioteca Vaticana, Honor-Guest al Warburg and Courtauld Institutes, che traccia un profilo inedito di sant’Andrea Avellino, ricco di articolazioni e di analisi che solo un grande storico, come lui, poteva fare.

 

Di seguito riportiamo  il testo del prof. Di Maio.
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Andrea Avellino e la parresia della verità

 

Romeo De Maio
 
Chi si accosta per la prima volta alla figura di Andrea Avellino ha l’impressione di trovarsi davanti a un mito, non davanti ad una personalità faticosamente costruita nell’esperienza dell’entusiasmo e del sacrificio, ma è da rilevare che la formazione di Andrea, pur elaborata nella sua prima fase in provincia, anzi in una lontana zona della provincia napoletana, viene ideata e affrontata negli studi classici. Tutto il pensare, l’agire, il decidere la scelta della propria via è di cultura umanistica. Andrea è un giovane umanista di provincia. I suoi maestri, secondo il costume borghese, erano selezionati fra gli illuministi o i riformatori del Regno di Napoli. Al compiersi degli studi, Andrea mostrò di aver fatto la prima scelta: esercitare l’avvocatura. Pensava che da avvocato avrebbe anche influito sul costume dei suoi clienti, però cogliendo la circostanza che il suo lavoro professionale non veniva percepito nella sua verità ma era invece usato come strumento di successo, Andrea entra in crisi, la stessa crisi che sarà di sant’Alfonso Maria de’ Liguori e per gli stessi motivi etici. È la prima crisi visibile della sua vita. Che significa formazione umanistica per sant’Andrea? Significa apertura mentale, annullamento di ogni pregiudizio; la verità non è il dono di un dogma, la verità deve essere premio alle fatiche della mente. E qui per fatica si intende l’esperienza. Andrea narra quella sua propria, non perché immagina che essa sia un modello di vivere, ma per capire lo svolgersi e il tendere verso la verità, nel rapporto fra tempo, cultura e ricerca. Nei primi anni della sua formazione si era ancora in una cultura rinascimentale, e il suo umanesimo significava l’esercizio critico della  mente. Ecco perché è fondamentale delineare l’Andrea che scrive. In che senso possiamo asserire che egli sia umanista?

La critica austera di Andrea emerge soprattutto nell’uso regolato delle fonti, da quelle bibliche alle classiche, dai testi pedagogici a quelli storici. La regolarità critica nelle citazioni delle fonti è singolare nella disciplina metodologica di sant’Andrea. Il suo metodo ci richiama la magna experientia di Leonardo, ossia l’esperienza come luce peculiare della scrittura.

Analizzando questi aspetti della sua scrittura viene da ricordare una sentenza di Oscar Wilde secondo il quale la mente critica è la bellezza autentica dell’umano. Andrea sa accostare testi che sono stati elaborati a differenza di secoli l’uno dall’altro e sembra quasi che la nozione di tempo sia stata superata. Perché questa impressione di autenticità? Andrea ricorre alle fonti dopo che ha avuto un’illuminazione di idee, parte da un’idea e si accorge che tale idea diventa il fulcro di un’esperienza. Il richiamo a Leonardo diventa fondamentale. L’Artista, citando un verso dalle Epistolae di Orazio, dove la parola natura è sostituita con quella di Dio, afferma che “Dio nulla concede gratis senza la fatica della mente”(1).

                                                                                     

Quanto a me stesso, sento il bisogno di un’altra domanda da porre ad Andrea, e cioè se egli abbia conosciuto, di Erasmo, la traduzione del testo iniziale del Vangelo di Giovanni laddove “in principio erat Logos” viene dato per “in principio erat dyalogus”. Quest’affettività verso il divino, questa libertà nei riguardi di Dio, la possiamo riportare nella parresia, ossia nel diritto alla libertà di pensiero, di parola e di coscienza. Appare evidente che per Andrea è compito rischiosissimo trattare la virtù del Timore nei riguardi di Dio perché nei testi teologici a lui coevi viene esclusa l’affettività a favore della maestà, però egli sapeva andare oltre il lessico corrente. La critica di Andrea era avvalorata da un intelletto aperto, coerente con le idee che esprime. A differenza della letteratura teologica intorno al timor Dei, Andrea non scava fra i cosiddetti segreti della maestà divina e del rischio dell’intervento punitivo di Dio verso coloro che non lo temono. Non si pone questo e simili problemi, espone la necessità di una definizione sostanziale in sant’Agostino prima e in san Tommaso d’Aquino poi, ma soprattutto in testi biblici sulla libertà, specie nella figura di Giobbe, nell’impazienza dei profeti e nella pedagogia di Cristo. Il che significa che la sua operazione di cogliere in questi e altri testi, anche classici, il concetto e la natura del timor, indica la sua esigenza alla preservazione del virtuoso esercizio dell’affettività e della confidenza in Dio. Andrea riporta una citazione feconda di san Tommaso(2) e cioè che il timor appartiene all’essenza dell’essere e l’essere si nutre di libertà e d’amore operoso(3). Andrea suscita l’attitudine alla disciplina della libertà.

Che cosa cerca Andrea in quello che abbiamo chiamato la via verso la  verità? Cerca anche quello che molti teologi chiamano le rivelazioni della strada, intese come cammino inarrestato. Quindi Andrea detiene in qualche modo la bellezza descritta da Oscar Wilde: è bello perché è critico; è critico perché è libero; è libero perché cerca la verità e non afferma di possederla.

 

A questo punto possiamo anche asserire che Andrea ha trovato il momento giusto per interrogarsi sulla vocazione. Il disagio e l’umiliazione che ha subito facendo l’avvocato adesso ci paiono come catene spezzate e la vocazione di Andrea è una vocazione religiosa. Intanto è possibile avere una risposta alle domande Da dove veniamo? Che cosa siamo? Dove andiamo?, per citare un quadro del pittore Paul Gauguin. La vocazione appare come una possibilità di approfondire, senza l’ansia degli ostacoli, l’itinerario verso Dio, e di sentire Dio come amore profondamente operante, anzi come Padre, e, infine, di non cadere nella micidiale paura di Dio. Ed è questo il tempo in cui un’altra grande creatura del Rinascimento, Michelangelo Buonarroti, affermava, in uno dei suoi carmi(4), che già nel parto, per vocazione gli fu assegnata la bellezza. Il timore è di perdere questa semplicità. Il timore, quindi, è anche la salvaguardia del trasporto d’affetto tra Dio e il timorato di lui. Allora possiamo dire che ha trovato la vocazione conoscendo degli uomini, dei religiosi che vivevano anch’essi in questa sorta di libertà del cuore, della mente, della scrittura. Nasce così il teatino e soprattutto lo scrittore.

Nella storia della vocazione di Andrea conviene inserire un’ipotesi osservando il San Matteo di Michelangelo, opera a lui coeva, che avrà potuto conoscere (5).

Perché tale confronto? Questo San Matteo è un marmo che restringe lo spazio dei movimenti, come se fosse una persona che vede cose al di là del marmo stesso, che vorrebbe liberarsi del materiale che lo tiene costretto come in un sarcofago e lotta, come lottano gli schiavi, sul monumento di Giulio II, che Michelangelo vuole liberare. E in realtà, se egli non si libera, come potrebbe intendere le voci delle rivelazioni che salgono dall’abisso o scendono dal cielo? Suppongo che il San Matteo può essere considerato come una risposta. La sua vocazione, che emerge come luce dall’esame dell’esperienza, è coerente con l’uso che espone Leonardo, ovvero identificando nell’esame critico della ricerca come “Magna Scienza”.

Lo storico è tenuto a capire se l’esperienza di Andrea sia stata una capacità di udire dentro di sé le mistiche voci e se fosse arrivato al punto maturo per descrivere la luce che si diffondeva nell’essere.

C’è da richiamare ancora una volta Michelangelo, per capire anche la scrittura di questo trattato. Egli, in una lettera a Vittoria Colonna (essi si amavano), afferma che “delle cose divine occorre scrivere su carta azzurra”(6). L’azzurro era il colore che l’Artista preferiva, perché era il simbolo del divino che esprimeva nei pensieri e negli affreschi. Questa è la ragione per cui anche la scrittura di Andrea, di frequente, è in azzurro. Perché praticamente è la lettura che egli fa della sua interiorità, che fa della sua anima,  che vede come una lavagna su cui sono scritte le emozioni e le decisioni davanti a questa sorta di dettato mosaico e il mistero del rapporto con Dio. Andrea descrive stati d’animo, entusiasmi, ansie soprannaturali sì da poter noi affermare che egli è uno scrittore mistico. Questa lettura della figura del Santo, che è come leggere la propria autobiografia, costituisce anche il passaggio dall’Andrea ascetico all’Andrea mistico.

Alla fine, questo autoritratto di Andrea che legge nell’intimo, costituisce in realtà un’autobiografia mistica nella quale appare fondamentale la percezione che il timore di Dio non sia paura ma frutto di libertà e ricerca di amore. Ed è l’amore del prossimo, cui è destinata la scrittura, che fa di Andrea un sensazionale messaggero dell’essenza dell’amore cristiano, perché – secondo Andrea – ogni storia dell’individuo cristiano dovrebbe essere misurata sulla disponibilità caritativa ove Dio stesso è Charitas e Andrea un discepolo pregiato.

 

 

 

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(1) Sui richiami a Orazio e Leonardo, v. Romeo De Maio, Rinascimento senza toga, Napoli, Guida 1999, p. 9 e passim.

 

(2) “Questo natural timore procede dal naturale desiderio, che ciascuno hà di conservarsi nel suo essere; e però per questo naturale timore si fugge tutto quello, che può offendere, e distruggere l’essere: E quando tal timore non eccede i suoi termini, è senza peccato”, cit. in  Andrea Avellino, Trattato utilissimo della Speranza e del Timore, parte seconda, nella quale si ragiona del Timore, in Opere Varie, tomo V, Napoli, Stamperia di Novello de Bonis Stampatore Arcivescovale 1734, p. 196.

 

(3) San Tommaso D’Aquino, Summa Theologiae 1,2 questio 41, a. 3.

 

(4) Michelangelo Buonarroti, Rime, a cura di Noè Girardi, Bari-Roma, Laterza 1967, n. 164 che inizia così “Per fido esempio alla mia vocazione/nel parto mi fu data la bellezza”.

 

(5) Firenze, Galleria dell’Accademia, 1505-1506.

(6) Romeo De Maio, Michelangelo, Vittoria Colonna e la scrittura azzurra, in Scrivere il Volgare fra Medioevo e Rinascimento. Atti del Convegno di Studi - Siena 14-15 maggio, 2008, a cura di Nadia Cannata, Maria Antonietta Grignani, Pisa, Pacini Editore 2009, pp.173-176.

 8 agosto 2010

 

 
 


 
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